Home Cosa comportano le 5LB? Responsabilità
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E’ chiaro che uscire da questa posizione di delega implica una responsabilità in più. Altrimenti, se fossimo svegli e presenti, quando ci dicono “Ti restano tre mesi di vita – hai la sclerosi multipla- il virus crea il cancro” non le prenderemmo automaticamente per buone ma ci verrebbe naturale ed automatico chiedere delle specificazioni tipo “Come fai a dirlo- in che senso- che verifiche ci sono” e pretendere solo una risposta scientifica e verificabile.
 
Potendoci rendere conto che la maggior parte delle affermazioni sono pure ipotesi (cioè pensieri che vengono presi per realtà oggettiva) il dubbio avrebbe sufficiente spazio e l’incantesimo sarebbe rotto!
 
Non è possibile lavorare con le 5 Leggi biologiche, né per gli operatori né per chi chiede aiuto, a partire da uno stato ipnotico.
Non possiamo più dare nulla per scontato.
 
Vademecum Salvavita:
Chi ha compreso e verificato le 5 Leggi Biologiche per poterle applicare in modo efficace, dovrà tenere conto di quanto segue:
Abbiamo l’illusione che la diagnosi sia scientifica:
Come prima cosa occorre che vi ricordiate che quando vi viene fatta una diagnosi, l’illusione è che la diagnosi sia scientifica e che ciò che viene conseguentemente proposta come cura, sia l’unica percorribile. Il medico che vi informa sia sulla diagnosi che sulle cure come pure sulla prognosi, lo fa a partire da una cosiddetta “buona fede”. D’ora in poi sarà meglio fare chiarezza su cosa sia, effettivamente, questa buona fede. Ciò che vi dice il medico in effetti, non è necessariamente quello che crede vero, né che sia il meglio che potete fare per la vostra salute, ma solo ciò che gli è stato insegnato: l’unico protocollo ammesso a livello legale. In effetti risulta particolare come, da più sondaggi seri, solo un numero insignificante di oncologi si dichiarino disposti a seguire il protocollo ufficiale di cura per sé o per i propri cari: quello stesso protocollo che invece pare essere l’unica possibilità per i loro stessi pazienti. In sintesi, quando il medico vi dice, francamente, come andrà a finire, non lo fa per informarvi di come, scientificamente, stanno le cose, ma per prevedere ogni possibile risvolto di modo che se poi accade il peggio, non possa essere accusato di aver omesso tali possibilità, ed incorrere quindi in procedimenti legali. Lo stesso discorso vale per i protocolli di terapia, che a livello oncologico, sono per la maggior parte sperimentali. Il ché non significa “l’ultimo più efficace e tecnologico intervento”, ma che non sanno nulla su quali effetti possa produrre, sia rispetto alla “malattia” sia rispetto agli effetti collaterali. Forse non tutti sanno che, non fosse altro che per problemi deontologici, ed organizzativi, una verifica in doppio cieco sull’efficacia dei farmaci, non viene praticamente mai fatta. E forse in pochi sanno che buona parte dei corsi di aggiornamento per oncologi verte su come non incorrere in problemi e denunce da parte dei pazienti. Quindi, in questo caso, dobbiamo ripensare al significato di “buona fede” e tradurlo in “comportamento corretto in base a ciò che viene definito dalle multinazionali farmaceutiche e dallo status quo del potere”.
Il medico è più spaventato di voi perché non si sa da dove arrivi la malattia
Quando siete di fronte ad un medico, ricordatevi che è un essere umano e che per 13 semestri ha ricevuto un imprinting di paura in relazione a cosa sia la malattia, fatto di ipotesi e di una lista infinita di etichette relative ad altrettante malattie e per la maggior parte ad eziologia sconosciuta. Questo termine che ritrovate nei manuali di medicina come il Merck e similari, indica che tale malattia non si sa da dove venga, mentre grazie al dr. Hamer ora possiamo spiegarlo esattamente (in base al tessuto e alla sua derivazione embrionale, al comportamento di tale tessuto nelle diverse fasi durante lo svolgimento del programma, il tutto confermato dai FH visibili a tac cerebrale). E nemmeno ci viene spiegato perché si sviluppa tale malattia (che, ancora grazie al dr. Hamer, ora sappiamo accadere in seguito ad uno choc biologico inaspettato). Miracolosamente comunque in questi manuali le prognosi descritte sono però sempre certe e, per la maggior parte, nefaste.
Ricordatevi quindi che tale medico è più spaventato di voi in merito alle malattie. E se per voi magari il fatto di ricevere una diagnosi mortale vi fa sentire di non aver più nulla da perdere e questo vi da la spinta necessaria per reagire, per giocarvela tutta fino in fondo, permettendovi di sopportare i disagi necessariamente connessi al periodo in cui il corpo sta riparando, quel medico invece di cose da perdere ne ha un mare: un’identità costruita sul tutte quelle nozioni interiorizzate; la sua illusione, sulla base di quelle nozioni, di esservi d’aiuto se non altro per aiutarvi a prolungare di qualche mese la vita (anche a discapito di ciò che dovrebbe essere la vita); il suo status quo; la sicurezza economica con annesso il mantenimento della propria famiglia; un protocollo di lavoro “comodo”, svolto con prontuario alla mano.
In altre parole il medico ha sicuramente anni di studi alle spalle per cui conosce molte più cose di voi ma questo non comporta necessariamente che nello specifico, rispetto alla vostra diagnosi, sappia davvero di cosa si stia parlando.
Queste riflessioni che vi sottoponiamo non hanno lo scopo di denigrare il medico in questione quale persona. Chi, come medico, si affaccia allo studio della diagnostica scoperta dal dr. Hamer, scopre velocemente il modo per dare un senso e ristrutturare tutte quelle nozioni apprese durante i lunghi studi in medicina, potendo così diventare un medico efficacemente d’aiuto al paziente, riconoscendo esattamente cosa sta succedendo nel corpo e sapendo quello che fa. L’unico scopo di questo scritto è di portare alla luce come stanno effettivamente le cose, in modo che chi si trova in un momento di difficoltà, possa valutare correttamente ciò che gli viene detto e proposto, poiché quando un medico o un istopatologo danno una sentenza, seppur scientificamente tutto sarebbe discutibile e correggibile, per il paziente che la riceve diventa un vero e proprio anatema e la persona in difficoltà si trova in balia, senza strumenti, per poterlo perlomeno mettere in dubbio.
 
Tenendo conto di tutto questo e conoscendo le 5 Leggi Biologiche, ne consegue che non possiamo più prendere per buona alcuna informazione sulla nostra salute senza tenere conto di chi ce la stia fornendo, da quale posizione, convinzione, credo e stato ipnotico stia parlando. Diventa importante poter decidere a chi rivolgersi in caso di necessità e, possibilmente, prima di essere in una situazione di allarme. E diventa altrettanto importante valutare cosa fare in merito alle “indagini e cure preventive”. Ricordiamo in merito che la malattia si attiva a partire da una DHS (che non è prevedibile né prevenibile) mentre la pretesa sarebbe quella di fare indagini per prevenire qualcosa che non si sa né da dove arrivi né perché. In effetti da questo punto di vista viene da dire che se la prevenzione previene qualcosa è la carenza di malati… Una persona sta benissimo, nessun sintomo, ma, per fortuna, grazie ad un’indagine preventiva può scoprire di essere malata! (che fortuna!)
 
L’anatema alimenta i sintomi
Da tempo è sempre più evidente che ciò che aiuta davvero una persona che ha ricevuto una diagnosi “senza ritorno” , che si tratti di una sentenza a morte o di inabilità a vita, è che la persona stessa possa sconfessarle. Apparentemente potrebbe sembrare una sciocchezza mentre in realtà il più delle volte è proprio questo fattore, credere o meno all’anatema,  a fare la differenza tra la vita e la morte di una persona.
Questo perché se mi sento senza via di scampo, è inevitabile che attivi il conflitto del profugo!
Vi ricordiamo che questo programma arcaico che si attiva a partire da uno shock inaspettato, quando ho la sensazione di aver perso tutti i miei punti di riferimento, mi sento solo e abbandonato a me stesso, in lotta per la mia stessa sopravvivenza, produce a livello biologico una ritenzione dei liquidi nel corpo. Il liquido trattenuto andrà a posizionarsi in quelle aree organiche dove c’è già edema perché il tessuto sta riparando. Il risultato di questo processo è che qualsiasi gonfiore, dolore, versamento verrà centuplicato col risultato di rendere molto più doloroso e insopportabile il processo di riparazione  Là dove fossero presenti edemi cerebrali, diventerebbero ancora più importanti rendendo più evidenti i disturbi neurologici conseguenti. Il quadro peggiorativo produrrà ulteriore conflitto del profugo esasperando sempre di più la situazione portandola a volte addirittura alla morte. Questa esasperazione spingerà il paziente ad accettare ad esempio l'assunzione di morfina che, inibendo il funzionamento delle sinapsi nervose, impedisce l’impulso necessario all'espulsione degli edemi.
Ora vi sarà ancora più chiaro perché non possiamo più trascurare che le parole hanno un peso specifico e che possono farsi corpo (attivando nuove DHS o recidive o il profugo) né dimenticare che ogni volta che ripetiamo qualunque etichetta, che sia sclerosi multipla o poliartrite, o metastasi, o anche semplicemente allergia, alimentiamo quell’ipnosi suggestionando il come andrà a finire. In questo modo la persona non ha strumenti né per capire né per agire, resta semplicemente in balia di quell’etichetta senza sapere cosa farsene.
 
Una diagnosi è per sempre
La consapevolezza di cosa sia la malattia, è di vitale importanza per tutti, anche per la persona che ha seguito il protocollo ufficiale e ne è uscita viva. Questo perché una volta che sei stato “bollato da una etichetta” resti tale per tutta la vita.
Facciamo un esempio: mettiamo che ad una donna venga diagnosticato un “tumore al seno”, che le venga tolto e magari, come sempre più frequentemente accade, le amputino anche il secondo a carattere “preventivo”. Se la donna sopravvive alla chemio, e si riprende, si potrebbe sostenere che sia guarita. In realtà resta a rischio per tutta la vita. Non in relazione al seno, che tanto non ha più. Ma se a quella donna un giorno dovesse gonfiarsi un linfonodo, un osso o dovesse avere una qualsiasi manifestazione nel corpo, anche un neo, non verrà trattata come una donna qualsiasi e quel linfonodo gonfio, come può e capita a tutti di averne, per lei diventa una presunta metastasi sviluppatasi (magari anche a 20 anni di distanza dall’operazione) da quel tumore primario.
C’è un altro fatto da tenere in considerazione. Abbiamo anche l’idea illusoria, quanto pericolosa, che ci consideriamo guariti solo quando il tessuto “malato” torna ad essere come l’originario, cioè uguale a come era prima. La medicina scolastica, non conoscendo le leggi biologiche, tende ad intervenire anche laddove un tessuto ha già riparato di suo e ciò che resta è il risultato del buon lavoro fatto dal corpo (cicatrice). Questo perché non conoscendo l’origine embrionale e quindi il comportamento dei tessuti nelle diverse fasi, la medicina scolastica interviene unicamente in base all’osservazione di un tessuto che è diverso da quello originario.
E’ importante che chi riceve una diagnosi tenga conto di questa piccola enorme differenza (l’una interpretativa, l’altra oggettiva) in modo da poter avere dei riferimenti congrui per valutare la situazione. Tenere presente che un tessuto riparato alla fine avrà un aspetto diverso da quello originario ci permette di rilassarci e di agire consapevolmente unicamente per quello che realmente sarà ancora necessario fare. Ne deriva una sensazione pacificante: non ci sentiamo più costantemente in pericolo, dal momento che se dovesse ripresentarsi una nuova situazione, sapremo meglio cosa fare e potremo farlo con più calma.